In uscita il 20 settembre 2026
Per favore
parlami sempre
Dodici anni fa Tecla è partita senza dire niente.
A trent'anni torna alla piantagione di caffè di sua nonna, in Colombia. A non aspettarla c'è Luz.
Le due case sono separate da un prato di cento passi. Quello che si sono taciute per dodici anni non entra in un'estate. Ma è l'unico tempo che hanno.
Avvisami quando esce
Disponibile su Kindle Unlimited
Se questa pioggia
non finisse mai
Flavia ha quarant'anni ed è la neurochirurga migliore del suo reparto. Nina attraversa il mondo a diecimila metri di quota e non si ferma mai nello stesso posto.
Si incontrano su un volo per Bangkok e riconoscono nell'altra la stessa strategia, la stessa ferita sotto.
Due donne che non si legano, non fanno promesse, non restano. La domanda non è se si ameranno. È quanto costerà ammetterlo.
Acquista su AmazonSe questa pioggia, ancora.
Ci sono pagine che ho scritto per Flavia e Nina e che nel libro non sono entrate. Le ho tenute da parte senza sapere bene cosa farne. Adesso lo so: sono per chi il libro l'ha finito.
Se hai voglia di dirmi cosa hai pensato del libro, questa mail la leggo davvero.
Le prime pagine
Se vuoi capire se fanno per te, comincia da qui.
Per favore parlami sempre
In un trimestre ho lasciato un uomo che mi vuole bene, un lavoro fisso e un appartamento con l'affitto bloccato, e di tutta la mia vita romana ho salvato una valigia di vestiti, quattro libri scelti in due ore di agonia e un quinto che non ho scelto. Un libro rubato, che da anni trasloco di casa in casa con la copertina girata contro il muro.
Le persone equilibrate non fanno queste cose. Insegno letteratura, e la letteratura su questo è chiarissima: quando una donna smonta la propria vita pezzo per pezzo e compra un biglietto intercontinentale, sta scappando o sta tornando. Ho passato le ore di volo a chiedermi quale ipotesi faccia più paura.
L'aria di Pereira risponde al posto mio: mi riconosce.
Supero le porte scorrevoli e mi arriva addosso. Calda, umida, piena, con dentro la pioggia appena finita, l'asfalto che fuma e un fiore di cui ho perso il nome. Il corpo fa quello che vuole lui: le spalle scendono, il respiro si allarga, il sudore parte dalla nuca puntuale come un impiegato. Un terzo di vita passato altrove, e questo posto mi tratta ancora con la confidenza dei parenti. È esattamente quello che temevo.
Il telefono aggancia la rete e vibra tre volte di seguito. Mia madre.
Atterrata?
Salutami la nonna.
Mangia.
Tre messaggi, cinque parole, tutta Pilar.
Rispondo con un cuore, alzo gli occhi, e lo vedo oltre la fila dei taxi: cappello chiaro a tesa larga, camicia stirata, un poncho piegato sulla spalla a dispetto del caldo. Fuma appoggiato a un pilastro e guarda le porte con la pazienza degli alberi. Niente cartello con il mio nome. Non serve.
«La niña Tecla,» dice quando gli arrivo a due passi.
Mi si apre una botola in mezzo al petto. Nessuno mi chiama così dal duemilaquattordici.
«Don Jerónimo.»
Rispondo in spagnolo e succede la cosa che avevo dimenticato: la voce cambia. Scende di un tono, si sistema in un punto sul fondo della gola dove abitava quando avevo otto anni e da lì comandava le estati. Da adesso in poi parlerò così, con questa voce più scura che viene da mia madre, e ogni frase sarà un piccolo trasloco.
Jerónimo mi guarda a lungo, senza imbarazzo, nel modo in cui si guarda una pianta per capire quanta acqua ha preso. Poi annuisce, una volta.
«Sei diventata alta. Doña Alma dice che non mangi abbastanza.»
«Nonna non mi vede da una vita.»
«Sì, ma lei le cose le sa», dice, e mi toglie la valigia di mano.
Il fuoristrada rosso è in doppia fila. Il parabrezza è attraversato da una crepa in diagonale, dietro vedo due sacchi di calce, una corda gialla che con tre giri e un nodo spiega alla mia valigia chi comanda.
Salgo, il sedile scotta, il motore parte al secondo colpo tossendo affetto, e la Colombia comincia: le rotonde coi venditori di mango, i motociclisti che sorpassano da destra e da sinistra insieme secondo una logica fluviale che nessuno contesta, e poi la città si dirada, la strada si alza, e i guardrail chiudono la carreggiata in una navata verde, bucata ogni tanto da uno squarcio di valle che toglie il fiato e passa.
Controllo che il passaporto sia nella tasca interna della borsa. C'è. Dieci minuti dopo lo ricontrollo. C'è ancora.
L'otto giugno è suonata l'ultima campanella dell'anno e i miei alunni di primo liceo sono usciti dall'aula in quaranta secondi netti. Li ho cronometrati. Nessuno si è voltato e non li giudico.
Sui banchi erano rimaste due penne, un compasso e la fotocopia del canto di Ulisse piegata in quattro fino a diventare piccola quanto una colpa. I remi che si fanno ali: ci avevo speso tre lezioni e tutta la fede disponibile, e alla fine dell'ora Bellucci ha alzato la mano dalla penultima fila per chiedere se questa cosa sarebbe stata nel compito.
Il laboratorio di lettura per cui a novembre avevo scritto dodici pagine di proposta, il consiglio d'istituto l'ha bocciato a febbraio per ragioni di quadro orario. La vicepreside mi ha consigliato di non prenderla sul personale. L'ho presa sul personale. Ci ho perso il sonno di marzo e la voce di aprile. Per una che ha costruito la vita sull'idea che i libri salvano, scoprire di non riuscire nemmeno a farli leggere è un fallimento di prima categoria, e io con i fallimenti ho un rapporto stabile: li arredo, e ci vado a vivere dentro.
Sei anni di insegnamento sono entrati in una scatola da supermercato con scritto BANANE sul fianco. In fondo alla scatola, le lettere di due studentesse a cui i libri erano serviti davvero. Due, in sei anni. Le ho rilette in cortile, seduta sul motorino, prima di mettere in moto e andare a casa a riempire gli altri scatoloni.
«Ti ricordi la strada?» chiede Jerónimo dopo il bivio.
«Il corpo se la ricorda.»
Annuisce, soddisfatto della risposta o della sintassi, non so. Il mio spagnolo è un vestito trovato in fondo a un armadio: la taglia è la mia, la stoffa è buona, ma le pieghe di tutti questi anni non si stirano in un pomeriggio. Quando cerco la parola per dire tavole e non arriva, lui aspetta qualche secondo, e poi me la porge: las tablas.
A metà di una salita il cielo si rovescia di colpo. Un temporale verticale, rabbioso, che trasforma il parabrezza in vetro smerigliato e la strada in un fiume basso, e tre curve dopo finisce con la stessa mancanza di spiegazioni, lasciando l'asfalto a fumare al sole.
«Piove quando non deve», dice Jerónimo, indicando col mento le nuvole rimaste sedute sulle colline. «L'acqua quest'anno viaggia per conto suo. Non avvisa più come prima.»
Lo dice piano, con mezzo rimprovero, e le nuvole diventano un figlio che rientra tardi. Poi si ferma in uno di quei negozietti che qui si chiamano tiendas e hanno il bancone sulla strada e torna con due bicchieri di agua de panela e un pezzo di queso campesino nel tovagliolo di carta.
«Doña Alma ha fatto ammazzare due galline», annuncia. «Se arrivi magra, il problema diventa mio.»
Il primo sorso è un'infanzia intera: dolce, denso, il fondo affumicato, il formaggio che si scioglie dentro e fa i fili, e io so ancora esattamente quanto aspettare prima di pescarlo col dito. Per la durata di un bicchiere, Roma intera sta ferma, sospesa nello zucchero sciolto.
Sto per chiedergli chi la manda avanti adesso, la finca, con la nonna che ha ottantacinque anni. Perché una finca non è una casa in campagna. È la casa, la terra, le piante, il lavoro e le persone che ci stanno sopra, tutto insieme, e quando chiedi di una finca stai chiedendo di tutte e cinque le cose.
La domanda mi arriva fino ai denti, e lì la fermo e la rimando indietro, alla maniera mia: le domande, prima di farle, le lascio girare a vuoto per un giro o due. Si chiama prudenza, quando voglio farmi un complimento.
«Alla finca troverai dei cambiamenti», dice lui, quando la tienda sparisce dallo specchietto, e le parole le sceglie piano, contandole.
«Che tipo di cambiamenti?»
«Di quelli che si presentano da soli.»
E alza la radio, chiudendo l'argomento con tre fisarmoniche.
Francesco l'ho lasciato una mattina di maggio. Di martedì. Tre settimane prima, al matrimonio di sua cugina, tra la torta e gli ammazzacaffè, mi aveva stretto la mano e aveva detto a voce alta, davanti a tutti: il prossimo giro tocca a noi. Tutti hanno riso, una zia si è commossa, i bicchieri si sono alzati, e io ho sorriso con trentadue denti mentre da qualche parte dentro di me una porta si chiudeva con un giro di chiave che ho sentito soltanto io.
Ci ho messo tre settimane a raggiungerla, quella porta. Poi un martedì mi sono svegliata con una lucidità feroce, e gliel'ho detto mentre preparava il caffè. Lui ha appoggiato la moka sul fornello spento, con cura, prima di voltarsi. Ha chiesto se c'era un'altra persona, e ho detto la verità: no. Non c'era nessuno. C'era solo il terrore.
Ha ripetuto per giorni che non capiva, e aveva ragione lui. Come si spiega a un uomo che ti vuole bene che la parola sempre, detta dalla sua bocca, ti cade addosso con il rumore di una serranda?
Cinque anni stanno in un paio di valigie. Le ho portate da mia madre, che le ha impilate in corridoio e non ha commentato, mi ha fatto trovare le lenzuola pulite, e ha chiesto una cosa sola: e adesso?
Adesso, le ho detto, vado da nonna.
Ha annuito con un mezzo sorriso che non ho voluto decifrare, e ha tirato fuori dal mobile la lista delle cose da portare con me: il torrone, le calze buone, le foto stampate. Come tutte le estati fino ai miei diciotto anni. Come niente fosse successo nel mezzo.
Perché in mezzo c'è un buco di dodici estati, e nessuna delle due gli ha mai dato un nome.
Salento appare dopo una curva, annunciata da un cartello scolorito e da tre ciclisti stranieri fosforescenti che arrancano in salita. La Calle Real è quella che ricordavo e insieme un posto nuovo: i balconi colorati ci sono tutti, il blu elettrico, il giallo uovo, i gerani che debordano, ma sotto i balconi adesso si parla un'altra lingua. Ostelli, tour, lavagnette col wifi e lo smoothie del giorno, e sui marciapiedi camminano ragazzi biondi in sandali e calzini con gli zaini più grandi di loro.
Davanti alla farmacia una signora saluta Jerónimo per nome, forte, con la mano alta. Poi studia me, gentile, e mi mette nella casella che le sembra ovvia: turista.
Vorrei dirle che mia madre è nata a quaranta minuti da qui. Che in questa piazza ho imparato a giocare a parqués e a dire le parolacce in due lingue, e che nella seconda mi venivano meglio. Invece sorrido da turista, per non deluderla, e il fuoristrada passa oltre.
Il paese finisce di colpo, senza periferia, e comincia la vereda. Qui il monte è diviso in vereda, e ognuna ha un nome, una scuola e una manciata di case sparse dentro le piantagioni di caffè. La nostra si chiama come il fiume. Non c'è una piazza, non c'è un centro: c'è la strada, e chi ci sta sopra.
La macchina balla e Jerónimo la lascia ballare, e al ponte di tavole il mio respiro rallenta da solo. Da bambina le contavo una per una, tutte le volte, avanti e indietro. Ventidue. Le conto adesso, di nascosto, muovendo appena le labbra.
Ventidue. Il mondo, almeno da queste parti, mantiene la parola.
Dopo il ponte l'aria cambia: sale dal basso il miele del caffè lavato, e sopra galleggia il fumo di legna di una cucina accesa. Raggiungiamo la curva con la croce bianca, il muro a secco, la fila di eucalipti piegati tutti dalla stessa parte. E poi il cancello: due montanti di legno, una tavola orizzontale, e sulla tavola, in lettere bianche ridipinte così tante volte da essere ormai in rilievo, RAÍCES. Mio nonno sosteneva che il nome se l'era scelto la finca da sola, e che a loro due era toccato soltanto trascriverlo.
Nonna è sulla soglia, e non viene verso di noi.
Aspetta. Le mani intrecciate sul grembiule, la treccia bianca girata sulla nuca, piccola in un modo nuovo e ferma in un modo antico: ottantacinque anni e la schiena dritta della gente di montagna. Scendo dal fuoristrada e attraverso il prato, l'erba bagna le scarpe da città, e più mi avvicino più cammino all'indietro nel tempo, un anno per passo.
Quando le arrivo davanti, mi prende la faccia tra le mani. Ha i palmi asciutti e caldi. Mi guarda a lungo, gli occhi le brillano.
«Hai la faccia di tua madre», dice infine. «E le occhiaie di tuo nonno. Delle due, mi preoccupano le seconde.»
E poi: «Tesoro», in italiano, con l'accento tutto sbagliato e la fierezza tutta intera. È l'unica parola della lingua di mio padre che abbia mai accettato di utilizzare, e la usa con parsimonia, alla maniera dei risparmi.
Rido, e nel ridere mi accorgo che stavo per piangere. Se ne accorge anche lei, prima di me, e mi tira dentro casa per un polso con un'autorità fuori scala per quaranta chili di donna.
La casa mi viene incontro tutta insieme: il corridoio con le sedie a dondolo, il legno rosso delle colonne riverniciato di fresco fino all'altezza di un braccio stanco, e più su l'amaca annodata corta in un angolo.
In cucina nonna prepara il tinto, il nostro caffè, nel modo di sempre, la olla annerita, il filtro di stoffa scurito da generazioni, una scheggia di panela grattata dentro a sentimento, perché misurare, in questa cucina, è sempre stato considerato un segno di sfiducia. Me lo mette davanti con una fetta di torta di banano, e non chiede. Le regole della casa non sono cambiate: prima si mangia, poi si esiste.
«Ti ho preparato la stanza che guarda i cafetales. Tre coperte, che le notti qui sono fredde. E niente rumore prima delle cinque, altrimenti poi i cani svegliano la vereda intera.»
«Nonna.»
«Dimmi.»
«Grazie.»
Si volta. Mi guarda da sopra gli occhiali.
«Sei tornata a casa», scandisce, con il tono che usavo per correggere un compito sbagliato. «Casa non si ringrazia.»
Consegno la busta di mia madre: il torrone, le calze, il pacchetto di foto. Lei annusa il torrone e lo mette via, le calze le soppesa e le approva, e le foto le guarda una per una, in piedi, alla luce della finestra, prendendosi tutto il tempo: mia madre sul balcone di Roma, mia madre al mercato, mia madre che ride a bocca piena.
«È ingrassata», dice infine, soddisfatta. «Bene.»
Ne sceglie una e la infila nella cornice dello specchio accanto alla porta, dove abitano già trent'anni di altre foto: lei giovane a braccetto del nonno, mia madre bambina a cavallo, io a nove anni con un cesto in testa e una faccia da vincitrice.
«Vai a disfare le valigie», dice poi. «E riposati, che hai la faccia stropicciata. Domani conosci la finca.»
«La finca la conosco, nonna.»
Mi guarda.
«La conoscevi», dice.
La stanza è quella di sempre: il letto alto con la coperta a rombi, il comò col piano di marmo, la finestra sui cafetales, le piantagioni di caffè. Sul comò, in un bicchiere, tre astromelie fresche. Nonna nega da sempre di essere il tipo di donna che mette i fiori in camera agli ospiti. Le astromelie, da sempre, ci sono.
Disfo i bagagli nell'unico modo che conosco: in ordine. I vestiti nei cassetti divisi per uso, il beauty in fila per altezza, i quattro libri scelti a Roma sul comò.
E poi, dal fondo della valigia, avvolto in una camicia, il quinto.
Cien años de soledad. L'edizione vecchia della finca, il dorso rotto, le pagine gonfie d'umidità. L'ho preso da questa casa l'ultima estate, a diciotto anni, senza chiederlo a nessuno, e non l'ho mai riaperto: l'ho soltanto traslocato, per anni, da una libreria all'altra, sempre in seconda fila, sempre con la copertina girata contro il muro. Il solo libro al mondo che non sono mai riuscita né a leggere né a restituire né a buttare.
Lo tengo in mano a lungo. Poi lo metto sul comò, accanto alle astromelie, con la copertina in vista per la prima volta da quando l'ho rubato, e mi sembra un gesto enorme e ridicolo insieme.
Esco sul balcone con il tinto che si fredda.
Sono quasi le cinque, e la luce sta facendo la cosa che fa qui alle cinque e in nessun altro posto del mondo: si abbassa, diventa oro radente, accende i verdi uno alla volta prima di spegnerli. Sotto di me i cafetales scendono a righe verso un luccichio di fiume, due raccoglitori risalgono un filare con le ceste legate in vita, un gallo canta fuori orario e nessuno lo corregge.
E in fondo, dove il verde si fa più scuro, una donna cammina lungo un filare.
È di spalle. Un cappello spinto sulla nuca, una camicia con le maniche arrotolate ai gomiti, una treccia nera che le taglia la schiena. Cammina, e ogni due passi allunga una mano verso le piante, gira una foglia, la osserva, la lascia.
La tazza si ferma a mezz'aria.
È lontana, controluce, potrebbe essere una donna qualunque. Ma il corpo ha una memoria testarda e priva di tatto, e il mio ha già deciso: riconosce il ritmo del passo dentro la pendenza, le spalle che restano ferme mentre tutto il resto lavora, l'economia dei gesti che non ne spreca uno. E il resto mi arriva addosso in ordine sparso: una pietra calda sotto la schiena bagnata, una risata dentro l'acqua fredda, due mani che hanno paura di scoprire.
Nonna Alma esce sul balcone con la sua tazza e si mette accanto a me, il gomito che sfiora il mio. Segue il mio sguardo fino in fondo alla pendenza. Non fa domande. Non ne ha mai avuto bisogno.
«Luz», dice soltanto.
E poi, dopo un sorso:
«Adesso la finca è lei.»
In fondo alle piante di caffè, la donna gira l'ultima foglia del filare e sparisce dietro il verde, dove la nebbia sta già arrivando. Il tinto mi brucia la gola.
Bevo lo stesso.
Avvisami quando esceSe questa pioggia non finisse mai
Mi passo il pollice sul labbro inferiore, premo appena sul rossetto cremisi.
Il getto d'acqua è gelido. Il bagno dell'aereo ha una luce al neon che vibra con un ronzio basso, costante.
È una luce che non perdona nessuno.
Quasi nessuno.
Nello specchio graffiato non trovo niente di rassicurante. Ho una geometria poco comune, fatta di angoli. Niente guance morbide, niente occhi grandi che invitano le persone a raccontarsi.
Qualcuno l'ha chiamata bellezza tagliente. Io la chiamo efficiente: manda il messaggio giusto nel tempo sbagliato, scoraggia chi cerca calore e attira chi cerca qualcos'altro.
Uno strumento. L'ho imparato a usare con precisione.
Mi asciugo le mani. L'aria è ferma, satura di disinfettante e deodorante al pino. Respiro questo odore da così tanti anni che il mio naso fa fatica a registrarlo, come succede con le cose che diventano così familiari da non esistere più.
La cabina Business è immersa in una penombra azzurrina che la compagnia chiama mood lighting e che nei manuali di bordo è associata al benessere del passeggero. Nella realtà trasforma quaranta persone in una distesa di salme ben vestite sotto le coperte di cachemire.
C'è della tenerezza, in questo. Tutti questi uomini potenti con la bocca schiusa e le mani abbandonate. Nel sonno nessuno gestisce niente.
Il tappeto assorbe i miei passi. Non faccio rumore. A quest'ora il mio lavoro è invisibilità controllata.
Scansiono le file. La coperta di una donna è scivolata sul pavimento: mi abbasso, gliela rimbocco con due dita senza svegliarla. Un bicchiere di vino abbandonato in bilico sul bracciolo: lo metto via prima che la turbolenza decida per lui.
Poi la fila quattro.
L'uomo al 4A ha lo schermo del tablet spento e gli occhi aperti. Mi segue da quando sono uscita dal bagno. Non ha premuto il pulsante di chiamata perché non vuole niente di quello che posso portargli su un vassoio. Vuole vedere se abbasso gli occhi.
Non li abbasso.
Gli offro l'illusione di avermi vinta per un istante, quel secondo in cui crede di contare qualcosa, e poi sposto lo sguardo oltre la sua testa prima ancora di superarlo. Gli tolgo l'aria da sotto il naso senza aver detto una parola. Sento il suo respiro cambiare mentre gli passo accanto.
Basta così. Tutti i giochi finiscono.
Dietro la tenda di velluto, la galley è il retrobottega del teatro. Luce bianca, ventole rumorose, odore di caffè stantio e plastica scaldata. Il posto dove smettiamo di essere figure celestiali e torniamo a essere cameriere d'alta quota con i piedi gonfi.
Diana è nell'angolo, ha sfilato le scarpe, i piedi fasciati nei collant 40 denari appoggiati sul cestino dei rifiuti. Sta masticando un macaron al pistacchio che ha rubato dai vassoi intonsi della prima classe.
Quando mi vede alza un sopracciglio, ride con la bocca ancora piena, sputa una briciola.
«Dimmi che non hai fatto la cosa con il 4A.»
«Solo un'occhiata.»
«Lo sapevo. Ha la faccia di uno a cui hanno svuotato il conto corrente.»
Mi appoggio alla parete di alluminio. Il freddo del metallo attraverso la camicetta scioglie una tensione alla base del collo che trattenevo in modo inconsapevole.
Diana mi porge un bicchierino di caffè che sta sul fuoco da quando sorvolavamo l'India. Lo prendo. Sa di pneumatico. Lo bevo lo stesso.
«Te le vai a cercare. Prima o poi beccherai quello permaloso, ti farà un rapporto e ti spediscono sulla Roma-Catania delle sei del mattino. Addio Tokyo. Benvenuti pendolari e cornetti stantii.»
«L'ego maschile ferito non compila moduli di reclamo, Di. Va dritto al bar dell'aeroporto a fare il porco con la cameriera. Sanno stare al gioco.»
«Il problema è che tu non giochi solo con l'ego dei cinquantenni in Business.» Si spolvera i pantaloni della divisa, le gambe che dondolano dal container. «Lasci macerie anche a terra. Chi c'è ad aspettarti a Tokyo stavolta? O battiamo ancora il record di ragazze di cui mi scopo l'anima ma non ricordo il nome?»
Non trattengo un sorriso mentre lancio il bicchierino nel cestino sotto i suoi piedi. Centro.
«Si chiama Clara. Ed era bravissima con le mani.»
Diana si massaggia le tempie come se avessi causato una depressurizzazione.
«Clara era la violoncellista di Buenos Aires. Sei mesi fa.»
«Vedi, avevo ragione: sa usare bene le mani.»
«Prima o poi troverai qualcuna che non si accontenta di una bella serata,» dice. «Qualcuna che vorrà sapere chi sei davvero, non solo come sei fatta.»
«Stai descrivendo il mio incubo ricorrente.»
«Sto descrivendo il tuo futuro.»
Rispondo con una risata vera, raschiante, che copre il ronzio dei forni.
«Le persone vogliono quello che faccio vedere. Una bella serata, nessuna complicazione. Nessuno cerca l'anima gemella in una stanza d'albergo a diecimila chilometri da casa, e di sicuro non la cerca in me.» Mi raddrizzo, stacco la schiena dalla parete, controllo il rossetto nel piccolo specchio di servizio. «E se per qualche assurdo allineamento di pianeti a qualcuna venisse l'idea di chiedermi dei miei traumi infantili mentre ci vestiamo, chiamo un taxi prima che arrivi il servizio in camera.»
Diana mi guarda un secondo lungo.
«Sei un disastro,» dice, infilandosi le scarpe con una smorfia. «Sto già preparando i popcorn.»
«Lunga attesa.»
Il ding delle cinture taglia l'aria. L'aereo trema appena, un vuoto sotto le ali.
«Andiamo, Di. I nostri cadaveri di prima classe hanno bisogno di essere legati.»
Lo sbarco a Narita è una coreografia muta. Sorrido, annuisco, saluto. Un disco rotto su una faccia di porcellana scheggiata. Il 4A mi passa davanti con il trolley in pelle senza guardarmi. Non mi saluta. Neanch'io. Il punteggio è stato assegnato senza arbitri.
L'hotel è a Shinjuku. Quarantaquattro piani di vetro e acciaio, hall che profuma di sandalo e orchidee recise. Mentre il primo ufficiale distribuisce le chiavi mi stacco dal gruppo. Ho quarantotto ore di layover. Quarantotto ore in cui non esisto per nessuno: l'unico tempo che sento davvero mio.
Stanza 2412.
Serratura, silenzio, aria condizionata.
C'è un rito che ripeto ovunque mi trovi, da anni. Prima di tutto, l'uniforme. Sfilo il foulard, la camicetta, la gonna rigida, i collant che lasciano segni rossi sui fianchi. Con ogni pezzo che cade sul pavimento l'hostess della Business Class perde un po' di consistenza.
Minibar. Gin, tonica.
Tokyo di notte è il tipo di bugia che funziona solo se ci credi fino in fondo.
Finisco il gin, infilo i jeans, prendo le chiavi.
Fuori dall'hotel, Shinjuku di notte è un rumore continuo che non si riesce a separare in parti. Cammino verso ovest, verso i vicoli stretti dietro Kabukicho dove le insegne luminose si moltiplicano fino a coprire ogni centimetro di buio.
Il ramen-ya di Kenji è in un vicolo stretto che non ha nome sul navigatore, secondo portone a destra dopo la lavanderia automatica. Otto posti a sedere, un bancone di legno consumato, una pentola che bolle dalla mattina. Kenji ha sessant'anni e non sorride quasi mai, ma quando spingo la porta a vetri smerigliati si volta e fa un cenno con il mento.
«Ninasan.»
«Kenjisan.»
Non chiede cosa voglio. Lo sa già.
Mi siedo all'ultimo posto del bancone, quello nell'angolo dove il rumore della strada arriva attutito.
Il ragazzo due sgabelli più in là mangia con gli occhi bassi sulla ciotola, le spalle leggermente curve verso l'interno, il corpo che occupa il minimo spazio possibile. Ha il tipo di stanchezza che non viene dal lavoro ma dal dover essere qualcuno tutto il giorno.
Una donna entra, impermeabile bagnato, capelli che sgocciolano. Ordina con una sola parola, si siede senza togliersi il cappotto. Sul bancone, accanto alla sua tazza di tè, appoggia un mazzo di chiavi con un portachiavi a forma di gatto arancione, consumato agli angoli. Lo tiene stretto in mano per qualche secondo anche dopo averlo posato, come se stesse decidendo se mollarlo davvero.
Sta tornando a casa o sta scappando da lì? Non lo saprò mai.
È uno dei costi del mio lavoro: vedo le persone nei momenti di transito, quando sono ancora a metà tra un posto e un altro, e non scopro mai come va a finire.
Me ne vado prima. È sempre così.
Kenji appoggia vicino alla mia ciotola un piccolo piatto di gyoza fritti.
Non dice niente. Torna ai fornelli.
Li mangio uno alla volta, lentamente, sentendo l'olio bruciarmi il palato.
Il brodo è denso, quasi opaco. Il primo sorso scalda in modo lento. Scende dalla gola allo stomaco come un peso che trova finalmente dove appoggiarsi.
Una sagoma passa, si ferma, guarda il telefono, riparte. Qualcuno ride in fondo al vicolo, un suono breve che non trova risposta. L'insegna al neon del locale di fronte lampeggia ogni sette secondi esatti, e ogni volta che si spegne il vicolo sembra più piccolo, più vero.
Quando finisco resto seduta ancora qualche minuto con le mani intorno al bicchiere di tè che Kenji ha messo lì senza che me ne accorgessi. La donna con il portachiavi a forma di gatto ha finito il suo ramen. Lascia i soldi sul bancone, conta le monete con una cura che non ha niente di sbrigativo. Se ne va senza alzare gli occhi.
La strada la inghiotte.
Resto a guardare il posto vuoto per qualche secondo, il segno dell'umidità lasciato dalla sua tazza sul legno. Poi mi alzo anch'io.
Fuori il vicolo è ancora acceso e rumoroso, ma mi muovo dentro quel rumore in modo diverso, con meno bordi. Torno verso Shinjuku, salgo in stanza, mi butto sul letto.
Due notifiche sul telefono.
Diana: Ho controllato l'orchestra filarmonica di Tokyo. Zero violoncelliste argentine in programma. Dovrai dormire senza Clara, cerca di non soffrire troppo.
Sorrido nel modo involontario che mi riesce solo con lei.
Scrivo: Sto già scendendo nella hall a cercare una arpista svedese. Non aspettarmi sveglia.
La seconda notifica è un messaggio diretto su Instagram.
Marta. O Martina. Madrid, tre settimane fa. Mora, carina, troppo appiccicosa la mattina dopo.
Mi manchi un po'.
Non le manco io. Le manca la versione che ha visto per una serata, quella abbastanza affascinante e abbastanza misteriosa da sembrare una storia possibile. Le persone confondono il personaggio con la persona. Soprattutto quando il personaggio è più facile da amare.
La lascio scivolare nel vuoto delle chat archiviate.
Spengo lo schermo e butto il telefono sul cuscino accanto al mio.
Fuori Tokyo non aspetta che io partecipi. Questo è il tipo di generosità che so ricevere.
Mi rannicchio sotto il piumone. La stanchezza arriva tutta insieme, come sempre quando smetto di tenerla a bada.
Chiudo gli occhi. Da qualche parte in questa città, la donna con il portachiavi a forma di gatto è già a casa, o non ci è ancora arrivata. Kenji sta spegnendo i fornelli.
Nessuno di loro sa che esisto.
È la sensazione più vicina alla pace che conosco.
Acquista su AmazonChi è Bianca
Bianca Maria Onelli vive a Roma e scrive per vivere, nel senso più letterale che la frase permette: quando per qualche giorno non può farlo, comincia a sentirsi morire un po'.
Scrive romanzi su donne che amano donne, e su tutte le distanze che ci mettono prima di ammetterlo.
Ama viaggiare, e i suoi personaggi viaggiano sempre. Forse perché è convinta che certe cose si capiscano solo lontano da casa. O forse perché è l'unico modo che conosce per stare ferma.
I romanzi che sta pubblicando adesso li ha scritti nell'arco di tre anni, prima di decidere di farli leggere a qualcuno.